Intervista con Francesco Tristano

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In occasione della performance live al Teatro Miela di Trieste abbiamo avuto il piacere di intervistare Francesco Tristano, un artista di calibro internazionale noto per il background da pianista-compositore e per le sue collaborazioni con nomi celebri della scena techno di Detroit.

– Ciao Francesco, grazie dell’opportunità e benvenuto a Trieste, come stai?
Molto bene grazie, il viaggio è andato molto bene, abbiamo appena cenato da Dio, e si sa, il cibo è sempre un ottimo inizio!

– So che hai origini italiane da parte di tua mamma, non so se durante la tua infanzia hai vissuto nel nostro Paese, ma devo dire che il tuo italiano è molto fluente!
Purtroppo non ci ho mai vissuto, ho molti membri della mia famiglia a Modena e mi ci sento molto legato, sono cresciuto con l’idea dell’Italia, con l’educazione, il cibo, sia con i parenti che con gli amici. Ti dirò, mi sento più italiano che lussemburghese, in fondo in Lussemburgo ci sono nato, non l’ho scelto, e già a 15 anni me ne andai. In Italia faccio soprattutto esibizioni techno, anche se prossima settimana sarò a Milano per un concerto di pianoforte, il primo dal 2010 credo, ma va bene così, il pubblico italiano mi da molte soddisfazioni, davvero.

– Studiando il tuo passato so che durante il tuo periodo di studi ti sei spostato dall’Europa agli USA, possiamo dire che è stato questo cambiamento che ti ha fatto conoscere la scena techno?
Si e no. Prima di partire per New York ho vissuto un anno a Parigi, ed è li che per la prima volta ho ascoltato musica elettronica. C’erano delle serate di mercoledì al Queen sugli Champs-Elysées: live tra elettronica e jazz, musicisti che si esibivano con dj, ed è qui che ho “aperto le orecchie”, ed è cominciato il mio interesse per questo mondo, nuovo per un musicista classico come me.
Poi sono partito per New York con questa curiosità nei confronti del mondo dei dj e dei club, mi interessavo alle tracce che suonavano, e ho scoperto la techno di Detroit e mi sono subito detto: “questo è il mio linguaggio”.

– Ma parliamo del presente, nelle ultime settimane è uscita la rivisitazione di “Versus”, nuovo lavoro di Carl Craig che ti vede protagonista, ti va di parlarne?
Ci mancherebbe. Per questo progetto mi sono occupato degli arrangiamenti per l’orchestra, i quali mi hanno tenuto impegnato per quasi 3 mesi, anche se possiamo dire che questo disco è il frutto di un lavoro che portiamo avanti da quasi 8 anni, quando ebbi il piacere di esibirmi per la prima volta con Carl.
Sono molto cresciuto dal nostro primo incontro, lui è davvero un genio oltre che una persona davvero squisita, ha fatto un lavoro di produzione che possiamo definire mostruoso. Quando ho capito che con questa produzione voleva reinventare il suo lavoro, beh, ho capito che sarebbe stato un risultato “della Madonna”. E il risultato è questo, lui ha dato tutto, e io sono davvero soddisfatto.

– Hai già lavorato con lui in precedenza, ti ricordi come siete entrati in contatto per la prima volta?
Andai ad un suo dj set in Olanda, era all’incirca il 2003, feci 300 Km in macchina con due amici per sentirlo. Aspettai che finisse lo show e riuscii a presentarmi, gli parlai del mio percorso musicale e rimase stupito che un pianista della Julliard di New York fosse interessato alla sua musica. Mi ringraziò. Un anno dopo lo rincontrai a Barcellona tramite un nostro amico in comune di Parigi, presi un caffè con lui, e sapete cosa? Si ricordava di me. Così cominciammo a lavorare assieme per il remix di “The melody”, partecipai alle sue esibizioni con la “Innerzone Orchestra”; fino ad arrivare a “Versus”.

– Forse sto azzardando, ma possiamo dire che “Surface Tension”, uscito sulla “Transmat” di Derrick May lo scorso anno, è il lavoro che più ti ha fatto conoscere dai fan strettamente techno?
Potrebbe essere, ma non posso dirlo con certezza. È stato tutto un work in progress, lavoro da tanti anni su questa connessione tra musica classica ed elettronica, sono anche usciti 3 EP su Get Physical in cui la gente ha capito che posso creare delle melodie tecnoidi senza pianoforte.
E ti dirò, nonostante io sia nato in Lussemburgo e ho studiato per pianista, mi sento un po’ un figlio adottivo di Detroit. Carl, Derrick e Jeff non sono semplici artisti, sono quasi dei filosofici musicali, con una visione della musica davvero a 360 gradi, e li considero un po’ come Miles Davis per il jazz. Vedono il futuro della loro musica da un’ottica completamente diversa.

– Hai osato molto, qual è la tua prossima sfida? Come vorresti stravolgere la musica?
Non voglio essere pretenzioso. Io sono solo un attore, non c’entro niente con la musica elettronica, sono un pianista ed uso uno strumento, sebbene meccanico, acustico per eccellenza. Quello che mi affascina è la musica contemporanea, voglio creare melodie della mia epoca, e reinterpretarle a modo mio, non mi basta rivisitare i compositori del passato. La musica elettronica mi ha sempre affascinato, le sue strutture minimaliste, il basso, la ritmica un po’ ritualista e ripetitiva. Io sono un pianista che fa musica elettronica. Non ha senso vero? Non deve averlo, io do il mio contributo al mio tempo, questo è il mio obbiettivo. Il mio prossimo album sarà un “back to the sources”, un pianoforte, due mani, niente synth, solo produzioni mie.
Dopo “Surface Tension” mi sono avvicinato molto alle sonorità dancefloor, ma ora sento il bisogno di staccarmi dai 128 bpm e di tornare alle origini, ad un’atmosfera più intima. Il pianoforte è mio amico da quasi 30 anni, so di poter contrare sempre su di lui. Quello che non manca mai nei miei progetti è l’effetto sorpresa, non ascolto neanche i lavori del passato, quando finisco un disco ci do tutta la mia vita, e quando esce io ho già la testa al prossimo.

– Tra poco salirai sul palco del Teatro Miela, cosa dobbiamo aspettarci?
Bella domanda. Suonare musica techno in un teatro non è mai semplice, bisogna osare, vedere la reazione del pubblico e comportarsi di conseguenza. Magari suonerò in crescendo, non lo so, è sempre una sorpresa anche per me. Le parole servono poco, lasciamo parlare la musica che è sempre un’ottima idea!

– Grazie del tuo tempo, in bocca al lupo!

Intervista di Andrea Zampedri

Info:
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