ROBOT FESTIVAL 08 Review

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Bisogna partire dalla fine per capire la portata di questo festival, dall’ultimo disco di Lory D in un RBMA Stage ancora pieno di gente entusiasta, tutti consapevoli di essere nel posto giusto al momento giusto, forse non tutti consapevoli della storia che si andava scrivendo sotto i loro occhi. Piu’ che un padiglione di un polo fieristico l’RBMA Stage sembrava un enorme Aula Magna, nella quale lo storico dj romano dettava tempi e strategie del suo assalto sonoro ad una folla di studenti avidi di sapere. Lory D non era li per caso ed è stata un’ottima scelta fargli chiudere il festival; scelta confermata dall’esaltante esibizione dei Martinez Brothers che, prima di lui, avevano contribuito ad incendiare il grande padiglione di BolognaFiere.
Oppure partiamo dal principio, dalla preview di Apparat al Teatro Comunale, teatro definito dallo stesso Sasha Ring “beautiful”. Uno show, il Soundtracks Live, che aveva gia’ calcato i palchi eccellenti del Teatro Bellini di Napoli e dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Quella del 20 Settembre è stata una serata praticamente perfetta, a partire dall’atmosfera elettrizzante ricreata dalla musica sci-fi suonata dal quartetto formato da Sascha Ring, Nackt, Christoph Hamann e Philipp Thimm. Musiche composte appositamente dall’artista berlinese per cinema e teatro ed esaltate dai visuals del collettivo Transforma.
Il roBOt ufficialmente cominciava mercoledi 7 Ottobre con vari workshop, proiezioni e dj set concentrati tra i Palazzi Re Enzo e D’Accursio. Il mio festival pero’ cominciava venerdi 9 quando, all’interno delle sale del Palazzo Re Enzo, vedevo alternarsi numerosi artisti. Alcuni li vedevo per la prima volta (Powell, Philipp Gorbachev), altri li ritrovavo sul palco (Koreless,Godblesscomputers) tutti li conoscevo di fama. Una fama in attesa di conferma e grande attesa da parte mia di vedere questi artisti all’opera, premiata poi dall’intensita’ stessa delle loro esibizioni.

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A parte la piacevole parentesi Godblesscomputers in Sala Re Enzo, principalmente rimango incollato nel Salone del Podesta’. Il primo artista che vedo esibirsi è l’inglese Powell (owner dell’interessante etichetta Diagonal Records e “figlioccio” artistico di Regis) che fa un set molto intenso, intriso di drums incasinati figli della sua attitudine post-punk che sposa abilmente leftfield music, techno e sperimentale (Powell lo ritrovero’ il giorno dopo sul palco esterno di BolognaFiere). Subito dopo Koreless, ennesimo Glaswegian entrato di prepotenza sulla scena britannica. Echi melodici post-dubstep, ipnotiche manovre su rotaie elettroniche, funzionali si, forse troppo poco per quello che da lui ho sentito in passato. Prima di catapultarmi fuori verso la Fiera ho tempo di sentirmi il live di Philipp Gorbachev (per la prima volta in Italia), che arriva imbandierato ed incappucciato e si esibisce sul palco circondato dalle sue macchine. Il russo, del roster Cómeme (Matias Aguaio vi dice nulla?) suona la tastiera e picchia sulla batteria digitale come un forsennato, offrendoci una sorta di punk-techno di livello. Tempo di lasciare Palazzo Re Enzo ed arrivare in Fiera; da subito non noto una grande affluenza, il resto della serata me lo comprovera’. Il colpo d’occhio è pero’ notevole e mi impressionano l’enormita’ degli stage (spazi raddoppiati dalla passata edizione per un totale di 38.000mq) e tutto quello che riguarda bar e punti di raccolta cashless (sperimentato per la prima volta il metodo di pagamento tramite l’utilizzo di braccialetti ricaricabili), organizzati impeccabilmente al fine di non creare code o disagi. Noto con piacere anche la chill-out zone posta vicino al banchetto informativo e ristorativo dell’unita’ di strada. Per molti stasera l’headliner è Nina Kraviz, che chiudera’ il main stage alle 6.00. Per quanto mi riguarda non ci saranno veri e propri headliners durante queste due giornate in Fiera, ma tanti tanti nomi importanti della scena elettronica a formare una lineup eterogenea ed internazionale. Io aspetto con una certa ansia Squarepusher, che rivedo a distanza di anni, ed infatti dopo una buona mezz’ora di JETS e una puntata al RBMA Stage per Sherwood e Pinch, dedicavo anima e corpo a Tom Jenkinson. Un live di Squarepusher è per definizione un apocalisse sonora che frusta il tuo sistema nervoso, fomentata da breakbeats assassini, giri acid spietati e balzanti stantuffi industriali.

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Chi è in grado di fare musica di quel livello non puo’ che essere un genio. Quando pensi di aver colto il messaggio subliminale di Squarepusher, ecco che lui cambia frequenza e ti spiazza. Questo il motivo dei mugugni post-concerto: Squarepusher non si incastra in nessuna etichetta, spiacenti per gli abitue’ dell’attacchinaggio ai quali consiglio di farsi una risata, ogni tanto.
Dopo di lui il back to back di Ben UFO e Jackmaster, che ascolto per una mezz’ora prima di andare da The Bug (accompagnato al microfono da Flowdan) che si esibisce all’RBMA Stage: qualche problema tecnico impedisce al londinese di esprimersi al massimo ma, nonostante tutto, egli offre una buona performance farcita di pezzi dei due suoi precedenti album. Prima di lui si era esibito un’altro ospite attesissimo: Evian Christ (uno che se la fa con Kanye West, tanto per intenderci). Siccome ho lasciato il mio amico immaginario a casa e non ho potuto mandarlo ad assistere alla performance di Evian Christ mi affido alle tante voci di corridoio positive mi hanno confermato il suo spessore. Nel frattempo fuori, sull’Outdoor Stage, la raffinata Lena Williksen seminava il panico, seguita dai suoi fedelissimi che, incappucciati, tenevano botta alla temperatura non propriamente estiva..
Rimango al palco della RedBull in attesa di Levon Vincent che pero’ – ahime’- non c’è (motivi di salute) e viene sostituito da Jimmy Edgar. Quindi mi unisco agli altri tabagisti fuori e mi risento piacevolmente Powell per una mezz’ora scarsa, in attesa di Nina Kraviz. Tocca a lei chiudere a suon di techno un main stage finalmente pieno che piu’ si avvicina alla giusta dimensione di questo festival. Come sempre acida e sensuale al punto giusto, la dj siberiana srotola beats a catena con un tiro particolarmente serrato, con dinamiche da club, non senza pause e cupe esplosioni.

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Ad una certa ora lascio la Fiera, il mio “day 1” è terminato e mi affido alla navetta (impeccabile il servizio trasporti) che mi riporta alla stazione di Bologna.
Il giorno dopo le mie aspettative salgono: è sabato e ci si aspetta il doppio (se non il triplo) della gente. Infatti sara’ cosi, migliaia di persone tra Palazzo Re Enzo e Fiera, fanno da contorno all’ultimo giorno del festival. Arrivo nel Salone del Podesta’ in tempo per Scott Herren aka Prefuse 73, preceduto dalla sua fama di produttore con svariati album alle spalle. Le influenze hip-hop che da sempre accompagnano questo artista, specializzato in quella sorta di “cut-and-paste” tra suoni black ed elettronica alla Dj Shadow, si percepiscono durante le distorsioni del suo set. Scott Herren termina la sua performance e passa il testimone ad un esplosivo Clap!Clap! che sul palco si agita, salta e suda mentre spinge bassi e drums assassini. Rimane uno degli artisti che piu’ mi ha impressionato durante il festival. Se Cristiano Crisci con il suo “afrofuturismo” portava un po di Africa nelle sale di Palazzo Re Enzo, Nozinja dopo di lui ci portava direttamente agli estremi del Continente Nero, precisamente in Sudafrica, grazie alla sua “Shangaan Electro” e alle danze tribali dei tre performers (inizialmente mascherati) che completavano la formazione. Ero curioso di vedere Nozinja dal vivo (anche tenendo conto del suo debutto discografico con la monolitica Warp) ed infatti sono rimasto molto affascinato.

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Questa volta anticipo la mia “fuga” verso i padiglioni della Fiera in tempo per raggiungere il main stage e vedere iniziare i SIRIUSMODESELEKTOR. Accompagnati come sempre dai visual di Pfadfinderei, i due artisti tedeschi si sono anche avvalsi della collaborazione dell’amico e producer canadese Siriusmo. Tre pesi massimi che hanno deciso di unire le forze e di dare vita ad un set comune. Il risultato di questa formula vincente è stato un live praticamente perfetto. Unica nota stonata del momento (e li ho sofferto veramente) l’esibizione in contemporanea di Nathan Fake al RBMA Stage, alla quale ovviamente non ho potuto assistere. Finito il live dei Siriusmodeselektor “accellero” (fedele al claim di quest’anno XLR8) il mio passo verso John Talabot, in tempo per sentire un po del suo dj set che comincia veramente “deep” per poi aprirsi a sonorita’ intrise di soul ed influenze latine che sposano abilmente Detroit Techno. Al mio ritorno sul palco principale mi aspetto di vedere Daphni e Floating Points pronti per il loro back-to-back ma invece trovo Trentemøller, che anticipa il suo slot e cambia irrimediabilmente la lineup relegando il duo anglo-canadese alla chiusura del Main Stage, per la “gioa” degli addetti ai lavori e di qualcuno dei paganti. Compensa facendo bene il suo mestiere Trentemøller, suonando quindi techno minimale, tanto gelida e tinta di gotico, ma anche feroce e lampeggiante. Intorno alle 2.30AM vado fuori per sentirmi quel matto di James A.Donadio aka Prostitutes, sperimentale artista noise techno dalla singolare impronta sonora. Tant’è che inizia il suo set con il canto del Mantra Hare Krishna (autentiche vibrazioni trascendentali). Clark intanto ha preso posto sul palco dell’RBMA (non senza qualche problemino tecnico) e alza ben in alto le insegne della Warp grazie ad un set che disegna quadretti astratti post-Detroitiani su algidi e desolati fondali elettronici. L’IDM non è piu’ un prototipo ma un suono distintivo che la Warp da 25 anni ha fatto suo, e le avanguardie “di quel roster li” come Clark devono segnare il passo, sempre pronti ad anticipare l’irrimediabile evoluzione stilistica della casa madre. Tiga invece arriva dai rave party nelle sterminate lande canadesi (latitudini e longitudini senza le quali la musica elettronica rimarrebbe orfana di elementi importantissimi, anche grazie alla vicinanza di Detroit in suolo americano) e atterra in Europa alla corte di Dj Hell nei primi anni Zero, gia’ owner di un etichetta come la Turbo. Per lui quindi le aspettative si alzano a dismisura e la sua esibizione al roBOt si inserisce come una delle migliori di tutto il festival, formalmente ineccepibile, electro-techno-oriented ma piena di cannovacci bleepy bassy ravey spacey ovviamente con pulsioni electroclash issate su fraseggi standar. Ci siamo divertiti noi e di certo anche quei manichini li sul palco, figli di un estetica Kraftwerkiana gia’ fusa dentro un’accellerazione elettronica (#XLR8 of course). Ecco in quei momenti il festival toccava la sua fase massima, implodendo come una Supernova: Tiga, Helena Hauff, Martinez Brothers, sciami di gente in continuo movimento da uno stage all’altro ed io con loro, sulla scia. Finalmente Daphni aka Caribou (altro canadese) e Floating Points riprendono il palco ma io sono fuori ed assisto al capolavoro di Helena Hauff, artista Ninja Tune dallo stile old school, dichiaratamente inspirata dal suono Drexciya (mitologico duo Detroitiano attivo nei primi anni’90); un suono pieno di acide frustate analogiche e bleeps psicotici, un mix di purismo e innovazione. Semplicemente grandiosa.

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Siamo alle fasi finali del festival, il tempo è trascorso velocemente, come quando stai vivendo emozioni bellissime e ti sembra che tutto vada troppo in fretta, che tutto accelleri in modo incontrollato… Mentre Daphni e Floating Points mettono a soqquadro il Main Stage fino al termine io ho un appuntamento con la leggenda nell’RBMA Stage. Lory D è uno dei massimi esponenti della dark techno mondiale. Un excursus artistico partito nel lontano 1989 dai rave illegali romani fino ad arrivare ai giorni nostri; un percorso che brucia forte e che Lory D ha percorso senza perdere quell’attitudine rivoluzionaria che da sempre lo contraddistingue. Finisce con numeri da rave il set di Lory D, fuochi d’artificio e bombardamenti, vibrazioni lisergiche tra facce giocose e gioiose, bambine. Il tutto frullato in coriacea sostanza techno. Un trionfo, tutto.
Per concludere sono dell’idea che il roBOt non abbia confermato questo o quello, non sia andato aldila’ o al di sotto delle aspettative: il roBOt semplicemente c’è stato. Senza i codici (e i manierismi) del genere questo festival è partito da zero/uno ed è arrivato ad otto con i risultati che noi tutti conosciamo, dopo essersi plasmato negli anni passati per prendere la forma che oggi li appartiene, anche quest’anno ci ha regalato momenti belli e meno belli. Alto prodotto di entertainment, il roBOt è un evento che ha spinto tutti, dal primo degli artisti all’ultimo degli addetti ai lavori, a dare il massimo. In un paese come il nostro, sicuramente non il paese dei festival (la quintessenza della devastante condizione socioeconomica e subculturale dell’Italia di oggi), il roBOt è già buona cosa ed avercelo qua è già una grossa conquista di per sè. Questo attenzione non vuol dire accontentarsi con sufficienza di tutto quello che passa il convento, a discapito dello spirito critico nonche’ del concetto stesso di divertimento. Ora è tempo di far quadrare il bilancio. Se errori ci sono stati mi conforta sapere che serviranno per fare un’edizione migliore il prossimo anno, e questo mi basta per passare oltre.

Porto come esempio una frase estrapolata dal profilo Facebook del roBOt dove, a chi si lamentava di alcuni “errori strategici”, gli addetti alla comunicazione rispondevano:”cerchiamo sempre di migliorare ed è molto importante per noi il vostro parere”. Sembra una frase fatta e confezionata, che infatti leggo piu’ volte, ma voi non sapete quanto questo concetto sia vero, reale, effettivo. Senza dubbio. Al prossimo anno.

Report by Stefano Pizzigoni (words & pictures)

 

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